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Economia

Quando il regolatore diventa consulente: cosa rivela sullo Stato

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La notizia è, in apparenza, di poco conto: due tecnici con una lunga carriera in istituzioni pubbliche di riferimento decidono di lasciare l’incarico e di fondare una propria società di consulenza economica. Succede di continuo, in Italia come altrove, e raramente merita più di una breve nota sulla stampa specializzata. Ma se ci si ferma a riflettere sul perché questo accada sempre più spesso, l’aneddoto smette di essere tale e diventa un sintomo. E quel sintomo, a mio parere, dice più sullo Stato che su chi se ne va.

La complessità normativa è diventata un business

Da anni costruiamo un intreccio normativo — fiscale, contabile, finanziario, di vigilanza — sempre più denso, mutevole e, francamente, difficile da interpretare anche per chi se ne occupa a tempo pieno. Ogni riforma aggiunge uno strato; raramente se ne toglie uno precedente. Il risultato è che capire la politica economica italiana, o anticipare la direzione in cui si muove, richiede una conoscenza tecnica che non si trova più solo nei manuali: sta nell’esperienza di essere stati dentro, di aver redatto relazioni, di aver seduto nei comitati dove si discutono le bozze prima che arrivino in Gazzetta Ufficiale. Questa conoscenza ha un prezzo, e il mercato lo sta pagando. Non è un caso che vediamo nascere sempre più boutique fondate da ex alti funzionari: sono la risposta naturale a una domanda crescente da parte di imprese, investitori e gestori patrimoniali che hanno bisogno di un traduttore affidabile tra il linguaggio della norma e quello della decisione aziendale.

Fin qui, il fenomeno è sano. Un mercato che valorizza l’esperienza tecnica ed è disposto a remunerarla è preferibile a uno che la ignora. Il mio disaccordo comincia quando si guarda il rovescio della medaglia.

Ciò che il settore pubblico si lascia sfuggire

Formare un tecnico capace di capire davvero come funzionano la politica monetaria, la vigilanza bancaria o la progettazione della politica fiscale non è né rapido né economico. Questo apprendistato avviene, in buona parte, dentro le stesse istituzioni pubbliche: esaminando pratiche reali, partecipando a decisioni con conseguenze concrete, commettendo errori che in una consulenza privata non ci si può permettere, perché lì nessuno ti lascia imparare a sue spese. Quando questo capitale umano, ormai maturo, lascia l’istituzione proprio nel momento di massimo rendimento, lo Stato ci perde due volte: perde la capacità acquisita e, in più, finanzia indirettamente la concorrenza, perché chi assume questi ex tecnici sta di fatto comprando anni di formazione pagati con fondi pubblici.

Non credo che la soluzione sia impedire questa mobilità, che tra l’altro è legittima e in molti casi è già soggetta a periodi ragionevoli di incompatibilità. La soluzione, se esiste, passa dal chiedersi perché la carriera pubblica smetta di essere competitiva proprio nel momento in cui il professionista raggiunge il suo punto di massima utilità. Finché il settore privato potrà offrire in un anno ciò che la pubblica amministrazione impiega un’intera carriera a eguagliare, questo stillicidio continuerà a essere razionale per il singolo e, nel complesso, costoso per tutti.

Un divario che riguarda anche le PMI

È qui che il discorso smette di essere astratto per chi gestisce una piccola attività o lavora in proprio. La stessa complessità che alimenta il boom delle consulenze di alto livello per le grandi aziende è, su scala più ridotta, quella che un libero professionista o una PMI subisce ogni trimestre: moduli che cambiano, criteri che si affinano, scadenze che si sovrappongono. La differenza è che una multinazionale può permettersi di pagare un ex dirigente perché le spieghi la mappa; una PMI, di norma, no. Questo squilibrio nell’accesso a un’interpretazione competente è, a mio avviso, una delle asimmetrie meno discusse della nostra economia: non paghiamo solo imposte diverse a seconda delle dimensioni, paghiamo anche in modo diverso per capire cosa stiamo pagando.

In Zythos Business partiamo proprio da questa premessa: lo stesso rigore tecnico che nella grande consulenza economica si vende a caro prezzo dovrebbe essere alla portata di chi fattura molto meno. Per questo seguiamo la fiscalità e la contabilità di liberi professionisti e piccole imprese con lo stesso standard di esigenza — lettura attenta della norma, anticipazione delle scadenze, zero scorciatoie — senza che questo dipenda dalle dimensioni del conto economico del cliente. La complessità non sparirà; quello che possiamo cambiare è chi ha davvero, al proprio fianco, un traduttore di fiducia.

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